Le lenti che filtrano la realtà

lenti realtà

Per come siamo “costruiti” non ci è possibile accedere alla realtà così com’è ma solo alla rappresentazione della realtà che la nostra mente costruisce.

Percezione Visiva e Punto Cieco

E’ possibile accorgersi di questo già a partire dal funzionamento della percezione visiva, in particolare dell’esistenza del cosiddetto “punto cieco”. Esiste un punto, nel fondo di ognuno dei nostri occhi, che non è ricoperto da fotorecettori, in quel punto non riceviamo alcuna immagine.

 

Il punto cieco è in realtà un’area di 1,5 millimetri di diametro, dove convergono i nervi e i vasi sanguigni della retina, questo punto non è sensibile alla luce, e’ una zona che non riceve informazioni.

 

Tuttavia il cervello riesce a ricostruire l’immagine mancante attraverso un processo chiamato “filling in” (riempimento). La parte di corteccia visiva che corrisponde al punto cieco, è attiva durante il processo di riempimento, anche se, direttamente, non riceve alcuna informazione dalla retina.

 

La parte di immagine mancante, quindi, viene ricostruita dal cervello. Come? Per coerenza, introducendo ciò che manca ma che ci si aspetta che dovrebbe esserci.

 

Ad esempio, osservando un albero, pur non vedendo un punto della sua figura, la ricostruiamo per coerenza rispetto alle altri parti dell’albero che vediamo e a come conosciamo che sia fatto un albero.

 

punto cieco percezione visiva

 

Dalla percezione visiva alle “Lenti che filtrano la Realtà”

Abbiamo quindi visto come, già a livello della percezione visiva, ciò che vediamo non corrisponde esattamente all’oggetto presente nella realtà fisica ma vi è un atto ricostruttivo, interpretativo.

 

Questa premessa ci serve ad iniziare a comprendere che non ci è possibile accedere alla Realtà così com’è, ma noi, continuamente, accediamo ad essa filtrandola con le nostre “lenti interpretative”. Tali “lenti” si sono costruite nel tempo tramite la cultura, le nostre esperienze passate, tutto ciò con cui siamo entrati in contatto fino a quel momento.

Processo di acculturazione

Secondo le parole di Tart (1977), psicologo transpersonale e studioso degli stati di coscienza, le nostre percezioni del mondo, degli altri, di noi stessi, come anche le nostre reazioni ad esse, sono costruzioni semiarbitrarie legate al processo di acculturazione.

 

Una cultura può essere vista come un gruppo che abbia scelto alcune potenzialità umane come buone e le abbia sviluppate, e ne abbia rifiutate altre, in quanto cattive, al fine di edificare uno stato di coscienza “normale” che sia uno strumento efficace per la definizione della realtà consensuale di quella particolare cultura.

 

Anche se queste costruzioni devono possedere un minimo di corrispondenza alla realtà fisica per permettere loro di sopravvivere, quasi tutta la nostra vita è vissuta nella realtà consensuale, quel segmento di realtà costruito dallo spettro della potenzialità umana, fatto su misura e percepito selettivamente.

 

La maggior parte di noi, ad esempio, sa un po’ di aritmetica, parla correttamente, sa riempire un assegno, guidare un’automobile, come pure conosce cose per noi repulsive (naturalmente o causa del nostro condizionamento?). Non molti di noi però, sono stati addestrati nell’infanzia ad entrare in uno stato di coscienza alterato, nel quale si possa, per esempio, essere posseduti da uno spirito amichevole che ci insegnerà canzoni e danze, o ad acquistare controllo sui sogni ed ottenere la guida degli spiriti, come avviene in alcune culture.

 

Una volta raggiunto il grado minimo di coincidenza con la realtà fisica, necessario a garantire la sopravvivenza fisica, la percezione/coscienza di un’azione nella complessa realtà sociale allora esistente, può essere estremamente arbitraria.

 

Percepire le cose secondo le norme di una realtà consensuale è utile alla coesione di una cultura, ma è un gravissimo ostacolo alla comprensione scientifica e personale della mente. Tuttavia, quando si sa di avere un pregiudizio, non se ne rimane completamente prigionieri (Tart, 1977).

 

Essere consapevoli di come funziona la nostra mente ci rende, quindi, meno schiavi inconsapevoli dei suoi processi, si può evitare che il pre-giudizio agisca per noi.

Le scorciatoie del cervello

In particolare, quando siamo posti di fronte ad un evento nuovo, tendiamo a reagire con modalità stereotipate e rigide.

 

Con le parole di Siegel (2014), l’abitudine a pensare per categorie, ad attribuire forme note a quel che è ancora “in formazione”, è insito nel funzionamento di base del nostro sistema nervoso ed è correlato all’intenzione, solo parzialmente conscia, di aumentare la probabilità di adattamento (e talora di sopravvivenza) all’ambiente: tale aumento si correla alla capacità di comprendere la realtà attraverso la precoce attribuzione di significato.

 

Ma adattarsi, sopravvivere, non vuol dire vivere, e tanto meno vivere bene.

 

Il benessere è invece sostenuto dalla capacità di attivare un processo di integrazione che, di fronte a mille “facce” del nuovo, si mostri flessibile, adattivo, coerente, energetico, stabile.

 

Si può quindi definire il benessere come un’armoniosa abilità di integrare l’ignoto con il noto (Siegel, 2014).

Mindfulness e Flessibilità Mentale

Sperimentare ed allenare la mente tramite le tecniche di Mindfulness, ci permette di disidentificarci da tali meccanismi di classificazione della mente e di osservarli comprendendone il funzionamento.

 

In questo modo, da meccanismi automatici e inconsci, divengono dei funzionamenti in parte conosciuti ed esplorati.

 

E’ ovvio che non possiamo prescindere da queste lenti per approcciarci alla realtà, ma sapere che esistono e, metaforicamente, togliendocci gli occhiali e osservandoli, possiamo accorgerci di come le nostre lenti filtrano la realtà.

 

Grazie a tale consapevolezza, possiamo permetterci di non essere agiti automaticamente dagli schemi mentali che filtrano il nostro accesso alla realtà, ma possiamo spogliare tale processo da molti dei condizionamenti che nel tempo hanno costruito le nostre lenti, accedendo alla realtà con “lenti meno spesse”, liberandoci dagli automatismi che non sono funzionali per noi.

 

Approcciandoci alla realtà in questo modo, saremo meno “attaccati” alle nostre categorie mentali, alle nostre lenti, meno rigidi, più flessibili e, quindi, potremo rispondere più efficacemente al continuo mutamento e alle richieste dell’ambiente.

 

Usciamo così dai pre-giudizi, dall’illusione di oggettività sulla “verità” delle cose, dalle presunzioni, dalle certezze su ciò che è giusto o sbagliato, dal credere che la nostra interpretazione della realtà sia l’unica corretta, dall’illudersi che ne esista una corretta e superiore alle altre.

 

empathy_design2   interpretazione realtà

Chi sono

Sono Psicologo Clinico iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia, sez. A, al n. 7826.

 

Ho conseguito l’attestato di “Insegnante Mindfulness e Protocollo MBSR di primo livello”, presso il Centro Italiano Studi Mindfulness (CISM) di Roma, attraverso la partecipazione al Mindfulness Experiential /Professional Training.

 

Attualmente proseguo la formazione come specializzanda presso la scuola di Psicoterapia Transpersonale di Milano.

 

Esercito la libera professione di Psicologo Clinico e di Mindful Trainer, in collaborazione con PSI.MED Palermo.

 

Svolgo consulenze di Psicologia Clinica e conduco dei Gruppi Esperenziali con l’utilizzo di tecniche di Mindfulness e di Biotransenergetica.

 

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